Search

Festival Nazionale Della Cultura Sportiva

BAGNI DI RIGORE

BAGNI RIGORE.jpg

La 2° edizione del FESTIVAL NAZIONALE DELLA CULTURA SPORTIVA
include quest’anno anche un torneo di calci di rigore.

“BAGNI DI RIGORE”
è riservato alle squadre degli stabilimenti balneari di Cattolica,
il torneo è dedicato ad Alfredo Baldassarri,
un bagnino particolarmente amante dello sport, scomparso un anno fa.

Si svolgerà in piazza 1° Maggio nelle serate da mercoledì a sabato
Gioca con la squadra della tua spiaggia e vinci il 
TROFEO ALFREDO BALDASSARRI.

Le iscrizioni debbono pervenire entro il
Alla Associazione Bagnini
via Ferrara,37 Cattolica
bagnini.cattolica@alice.it
tel 3470662090

#cattolicaeventi #estate2017 #torneocalcio #alfredobaldassarri

Advertisements

Il toro non può perdere – storie di sport #10

Eraldo-Pecci-foto-ilpallonegonfiato

Se cercate i dati canonici di un calciatore ( altezza e peso-forma ) per Pecci su Wikipedia trovate 1,71 e 77. Falso, dice lui : 1,70 e 75, questo ero. Col 43,5 di piede. Non occorre aver studiato a Coverciano per asserire che quei numeri parlano di un calciatore di non eccelsa statura e in perenne lotta con la bilancia. D’altra parte  sosteneva Pecci, la palla è rotonda e corre, ogni tanto passerà anche dalle mie parti.  Quando passava dalle sue parti, Eraldo sapeva cosa farne. La smistava su Zaccarelli, l’elegante rifinitore, o su Patrizio Sala, compagno di omeriche strippate ma cursore instancabile ancorchè di mediocre piede. Sempre che Eraldo  non preferisse il lancio profondo per “le bestie là davanti”, ossia Graziani e Pulici. Due soprannomi di cagnolini da salotto, Ciccio e Pupi. Ma due tipi che era meglio avere dalla propria parte che da quell’altra. Due che avrebbero consentito a Pecci, a fine campionato , di scherzare con Radice: “Facile vincere, eh, quando in tre abbiamo fatto quaranta gol”. Lui due, ma era un dettaglio, un colpo d’occhio da altra postazione ( questo è umorismo , secondo alcuni). Pare che Pecci abbia cominciato a far battute quando ha cominciato a lavorare. Cioè a dieci anni, in un bar di Cattolica. “ Si impara presto, tra squattrinati sempre pronti a far gli asini.” Era già un personaggio di cassetta, nel senso che arrivava a servire sul bancone solo stando in piedi su una cassetta rovesciata di Coca-Cola. La voglia non gli è più passata. A 17 anni era arrivato al Bologna.

Il futuro Barattolo ( più magro, allora) entra nello spogliatoio e vede Bulgarelli sul lettino del massaggiatore. E dice al massaggiatore: “Fai piano con quello lì, Gianni, è vecchio e c’è il rischio che si rompa. Ma niente paura, sono qua io”. Bulgarelli, uno dei grandi centrocampisti, il simbolo di quel Bologna, non gradì molto, poi diventarono amici. Anche perché è difficile non andare d’accordo con Pecci, romagnolo estroverso che col tempo ha affinato il gusto per le cose belle e buone, ma ha l’aria di non prendere mai nulla veramente sul serio. Bene adesso ve lo dico : non è così. Pecci è un bluff. Ecco perché questro libro è una storia d’amore mascherata ma assai sentita. Come tutti quelli passati dal Filadelfia, anche Pecci considera quel luogo (abbandonato, in rovina) come casa sua, e la maglia granata una seconda pelle. Io quella maglia non l’ho mai indossata, né altre, ma al “Fila” sono stato parecchie volte e ho capito che non era un posto come un altro e che era come sentire la memoria in cammino. Ho conosciuto don Francesco e so che le sortite eroiche con Rocco non sono una leggenda metropolitana. Quando si crepava di freddo ho bevuto ottimo caffè bollente a casa del custode. Ho sentito raccontare del “Fila” da Enzo Bearzot con toni mistici, da Sandro Mazzola con toni accorati. Mi sono convinto che una squadra che ispira a Giovanni Arpino una poesia come quella che ha ispirato il Torino doveva essere una squadra speciale. E’ forse un caso che il giovanissimo e quasi magro Eraldo Pecci abbia cominciato a giocare in Romagna con una squadra che si chiama Superga ’63 ? Forse. Ma anche no. In ogni caso ci pensano i tifosi a decidere chi è da Toro e chi no. Pecci era da Toro.

Prefazione di Gianni Mura al libro di Eraldo Pecci: IL TORO NON PUO’ PERDERE.

Che gusto c’è a fare l’arbitro – storie di sport #9

nicola-rizzoli-arbitro-finale-germania-argentina-2Bologna, 1987, campo della Pescarola, quinta giornata del campionato Allievi. La squadra in cui gioco, la Lame, è sotto 1-0, ma il tempo per rimediare c’è. A partire da adesso, mentre supero in dribbling l’ultimo difensore avversario e mi involo verso la porta. Sto già pensando a dove angolare il tiro quando in un attimo mi ritrovo a terra, falciato alle spalle da un disperato tentativo di recupero. Sollevo la testa e sopra di me c’è l’arbitro. Ha ancora il fischietto in bocca, cadendo non ho sentito niente. “E allora?” urlo. “Allora cosa?” risponde.”Dico, solo una punizione? A momenti mi stacca una gamba! Come fa a essere solo fallo?”. Ho appena sedici anni,  ma in campo la voglia di polemizzare non mi manca. “Esagerato, voleva prendere la palla. Sei stato più veloce a spostarla. La punizione basta.”  “Stai scherzando ? Non sapeva neppure dov’era, la palla. Come fa a non essere almeno ammonizione? Va buttato fuori ! E poi vorrei capire…”  Sto ancora parlando quando mi ritrovo il cartellino giallo in faccia. “Ora basta, alla prossima parola ci vai tu negli spogliatoi.” E così mi prendo il giallo, non posso fare altro. Mi allontano guardando male l’arbitro e mentre lo faccio lui rincara la dose: “Pensa a giocare!” Certo che penso a giocare, il calcio è stato la mia culla, è il mio orizzonte. Mio, dei miei migliori amici Alberto (per tutti Bebo), Andrea, Ciccio, di mio fratello Lele. Sono anni che ci ritroviamo ogni giorno al campetto sotto casa, anche con tre metri di neve, anche con il caldo che toglie il respiro. Bologna è il nostro stadio all’aperto, nel quartiere ci conoscono tutti, organizziamo partite dovunque una palla possa rotolare. “Non sai nulla del regolamento e vuoi dare lezioni…” sentenzia definitivamente l’arbitro. La verità è che gli arbitri vogliono decidere senza dover spiegare quello che fanno. Questo è.…Alzo lo sguardo, lentamente. Davanti ai miei occhi c’è il pallone che nasconde la coppa più ambita. Tra poco rotolerà e verrà preso a calci sul prato verde del Maracanà, inseguito dagli occhi dei settantacinquemila qui presenti e dei miliardi di persone che, in tutto il mondo, guarderanno la partita in tv. Metto a fuoco fino a leggere la piccola scritta impressa al centro della sfera “  13 July 2014 Final, Germany-Argentina,Rio de Janerio, Estàdio do Maracanà”. I giocatori sono alle mie spalle, in fila nel tunnel. Si scambiano sorrisi e saluti, cercano di concentrarsi e caricarsi. Provo la straordinaria sensazione di non essere solo alle prese con ventidue campioni, ma con i Paesi che essi rappresentano. Sposto l’attenzione più avanti di qualche metro: sopra a un piedistallo bianco ecco la Coppa del Mondo. Luminosa, sinuosa, elegante. Tutta d’oro. Rappresenta la storia del calcio moderno; il cuore, le gambe, la testa e il sudore degli atleti che si sono sfidati negli anni; un’opportunità che potrebbe capitare una sola volta nella vita. E questo vale anche per me. “Ho impiegato ventisei anni per essere qua” penso, sospirando profondamente. Questo trofeo,visto da vicino sembra persin piccolo, è ora al centro del mondo. Cattura l’attenzione. Sento il silenzio assordante di questo istante. Finora solo venti arbitri nella storia del calcio hanno avuto la fortuna di provare emozioni del genere, e io sono uno di loro, Cerco di cacciare i pensieri, di godermi il momento. L’adrenalina della finale scorre nelle mie vene.

Che gusto c’è a fare l’arbitro. ( Nicola Rizzoli)

NICOLA RIZZOLI ( Mirandola, 5 ottobre 1971)
Architetto,  ha esordito in serie A  nell’aprile  2002. Nominato per quattro anni consecutivi miglior arbitro italiano (2011,2012,2013 e 2014) e miglior arbitro del mondo nel 2014, ha diretto  oltre 200 partite nella massima serie  e, tra le altre, a livello internazionale, la finale di Europa League nel 2010 (Atletico Madrid-Fulham),  quella di Champions League nel 2013 (Bayern Monaco-Borussia Dortmund) e  quella degli ultimi Mondiali  (Argentina- Germania). Il suo libro,  Che gusto c’è a fare l’arbitro, è una dichiarazione d’amore al gioco del calcio da parte di un protagonista che si riconosce in saldi valori  morali

Un campionato italiano sull’erba di Wimbledon – storie di sport #8

Gianni Clerici

Vedete com’è l’erba. Adriano Panatta  non batteva Corrado Barazzutti, in un torneo vero, dal lontano 1974, a Palermo. In quel pomeriggio di sole, di vento leggero che portava sul campo il profumo degli oleandri del giardino botanico, ci accorgemmo tutti che era nato l’Antagonista. La rivalità ha tenuto in piedi il nostro tennis fino a oggi, e Corrado ha preso via via il sopravvento, nei confronti diretti. Il fascino del grande teatrante, del bel tenebroso Panatta, ha continuato a oscurare e affliggere quello che ho battezzato “Soldatino”. Con gli intimi, Corrado si è sempre lamentato che i suoi meriti non fossero riconosciuti a sufficienza, dagli uomini della strada, dagli sponsor, da noi cronisti. La cosa non è difficile da spiegare. Panatta è bello come un tenore magro, mentre Barazzutti somiglia al pluto di Walt Disney. Panatta gioca d’attacco non meno di Achille, Barazzutti è una sorta di tartaruga del fondo campo. I colpi di Adriano danno sempre l’impressione di un incredibile azzardo, di un gioco di prestigio sul burrone delle righe. Quelli di Corrado cadono puntuali e fitti, quasi la spoletta di un telaio. Il confronto trasportato sull’erba, sembrava impari. Si gioca d’attacco, sul prato, e il servizio  è l’arma più importante. Tutti, o quasi, i cronisti di Wimbledon avevano quindi pronosticato una vittoria facile di Panatta, dimenticando che, dopo il servizio, sull’erba conta la risposta. Non vorrei semplificare troppo, anche se è proprio questo il segreto del buon giornalismo. Il match che abbiamo goduto in tanti non è stato soltanto un confronto tra attacco e difesa. Corrado ha adottato da poco una nuova posizione dei piedi, in battuta, che gli consente un perno e un passaggio di peso accettabile. Ha quindi attaccato con molta insistenza. E ha preso un set di handicap, ad Adriano avvelenatissimo dalle tre ore e mezzo spese contro Erik Van Dillen. “Mamma mia, il mio bambino” mormorava smarrita al mio fianco Lea Pericoli, che ha per Panatta un autentico complesso di Giocasta. Non appena il bambinone ha preso a sudare, il match ha cambiato strada. Il secondo e il terzo set non erano comunque routine. Se Adriano andava sempre in testa, Corrado gli stava ai panni, lottava, rognava, cattivo come l’aglio, mai morto. Era anche onesto, il piccolo soldato, rimediava con schiccheria a un par di errori dei giudici. All’inizio del quarto, le sottili rughe che fanno il fascino di Adriano gli si rapprendevano in viso, quasi una ragnatela. Qualche suo errore, su palle facili, non era segno di disattenzione, ma di fatica mentale. Non aspettava di meglio Corrado. Nell’ottavo game sfilava il servizio ad Adriano, infilandolo dopo uno smash, e sfruttando tre volèe di rovescio fuori misura. Non c’era un posto libero, sul Number One, all’inizio del quinto. Agli ultimi  arrivati, sussurravamo che Corrado stava battendo Adriano nella gara delle  cadute, più di dieci contro tre o quattro. Adriano si aggiungeva, tra le convulsioni della Lea Pericoli, è anche molto stanco. Corrado sentiva – me l’avrebbe confermato alla fine – che il suo avversario aveva poco da spendere, e quella certezza lo incattiviva e, forse, contraeva.
Nel secondo game, un paio di clamorose fotte issavano Adriano a una prima, a una seconda palla break. Ero a non più di cinque metri dalla riga di fondo, insieme ai fotografi.
La palla di Adriano che pareva battere  Barazzutti lanciato in allungo sollevava sì una nuvoletta di gesso, toccava la prosecuzione della riga di fondo, bel oltre l’intersezione con quella laterale. Il giudice la riteneva buona, Adriano otteneva un break che avrebbe risolto l’incontro. Nel quinto game, infatti, Corrado avrebbe ottenuto cinque altri break point, occasioni d’oro per riequilibrare la partita. Con la lucidità della disperazione Adriano glieli avrebbe annullati. Stanchissimo, per aver passato sei delle ultime ventiquattr’ore  sul campo, Adriano aveva la buona grazia di confessare a Tom Salvadori e a Catkiller : “Meglio morto e in terzo turno, che riposato e battuto”. Civetteria, e una piccola malignità per un avversario che meritava, forse, i tempi supplementari.

Wimledon, 27 giugno 1980

 

GIANNI CLERICI
“Uno scrittore in prestito allo sport”, tra le tante definizioni che servano ad inquadrare  questo maestro di giornalismo, quella coniata da Italo Calvino è sicuramente la più consona al personaggio. Ma ,diremmo un cantore, del Tennis che da lui raccontato assume  contorni   da mitologia greca . Tanti i suoi libri , romanzi, racconti e poesie . Su tutti “ 500 anni di Tennis” , una vera e propria Grande Opera , conosciuta in tutto il mondo.

RICORDO DI UNA PARTITA – STORIE DI SPORT #7

ALFONSO GATTO

Non potremo dimenticare Milano alla vigilia dell’incontro di calcio Italia-Inghilterra.
Dopo giorni di pioggia la città sembrava interrata, pesante, con i suoi corridoi di case fiatati dal freddo, con le sue piazze lustre, con le sue statue disfatte. Nella Galleria sembrava per sempre aperto un grande portone attraverso cui correvano incappottati strilloni e mercanti. San Siro era veramente lontano con  i suoi grandi prati malinconici, deserto nello stadio e negli ippodromi, con i cavalli al chiuso e tra le coperte, con giocatori vecchi e bambini addormentati in attesa del sole. I giocatori inglesi erano arrivasti da un giorno, enormi, fiatando nell’umido e nel grigio odore di casa e di vittoria. Così la sera scendeva sulla vigilia dell’incontro: i biglietti tutti venduti: i settantamila spettatori col naso al cielo a sperare una tregua: i giornali inquieti e violenti nel proprio nero: il centro ripopolato di brigate europee e paesane, tra bar aperti e chiusi in un baleno alla voce lontana e vicina delle radio. Queste forse sarebbero state aperte per tutta la notte ad aspettare la voce di Carosio, il radio-cronista che un anno fa volava con le sue valigie da Marsiglia a Parigi pur di arrivare in tempo e col fiato grosso davanti al microfono. Durante la notte la pioggia eterna continuava ancora lustra di luci e di alberghi ; davanti alle porticine di servizio distrattamente i portieri cercavano di contrattare qualche biglietto per un viaggiatore inglese già addormentato. Nelle case di Milano certamente gli adolescenti non potevano prender sonno : quei grandi calciatori bianchi, con i numeri dipinti sulle spalle, con le  camicie e con i calzoncini lunghi irrompevano ridendo, biondi e spettinati contro la porta della stanza; ad ogni sussulto l’urlo del goal invadeva il loro cuore. Dall’alba a mezzogiorno il tempo precipitò: dalla stazione, dalle remote periferie incominciò la folla a propagarsi verso S.Siro, a piedi, in tram, aggrappata agli autobus, ai tassì, sotto una pioggia lenta, continua e sotto un cielo impenetrabile sul quale come una speranza incominciava ad alitare un piccolo vento di banderuole. I ragazzi di casa mangiavano in piedi appena dopo il caffelatte; nei bar, negli spacci, gli impiegati si precipitavano dagli uffici addentando in fretta qualche panino ripieno: solo i signori della tribuna numerata  ancora non si decidevano a lasciare il tavolo degli aperitivi guardando con meraviglia e con ostentazione la folla  insolita dei “popolari”. Ma la città intorno ad essi si rendeva deserta, ai posteggi non sostavano più i tassì presi al volo da quanti volavano per la piazza  con l’impermeabile aperto e trasparente, gli autobus presi d’assalto lasciavano in un baleno la  piazzetta Reale, i tranvai che appena portavano un segno di vicinanza con lo Stadio passavano a porte chiuse dalla Scala. Nulla da fare. E non era che da poco passato il mezzogiorno: la città rimaneva bloccata nella solitudine delle case vuote, verticale per quanto era rapidamente corsa sulle sue strade che puntavano  solo ad una meta: S.Siro dai prati verdi e opachi eppure squillante di bandiere e di festa. E’ tutto verde il paradiso monotono, e leggeri e chiari gli alberi sotto la pioggia, e questa, dolce, odorosa di campagna e di legno. Si va così lentamente da diradare con dolcezza la città   sui prati verso Baggio e l’hangar nero e disabitato, da vedere una folla incolonnata per strade parallele e infinite appena tracciate sullo sterro delle case nuove:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          il nostro lungo viale s’amplia negli alberi fruscianti di pioggia  e di un impercettibile chiarore pomeridiano. E’ finalmente un’aria nuova e risollevata questa che si respira, una speranza che il vento muova appena il cielo? Con una festa così vicina qualcuno oserà andare all’ippodromo : ma queste automobili, questi tram, questi furgoni, rossi, celesti, verdi che serrano da ogni parte stadio, tettoie, ringhiere, affondando a perdita d’occhio pesanti sui prati, hanno trasportato solo spettatori, spettatori, spettatori dalle otto di mattina. Chi sarà stato il primo ad entrar nello stadio  ancora deserto e bianco ? Intorno a lui man mano si sarà riversata, curvata, la folla attraverso cui all’una e mezzo già non riusciamo a passare. Sarà questo, forse, l’unico stadio di cui non si veda altro che il prato di gioco e il cielo; non immaginiamo dolcezza più compiuta di una solitudine su cui gli atleti scorrano portati dal silenzio, lasciando attutito e fatale il colpo sulla palla. E, senza pioggia sarebbe questo il cielo grigio e chiaro sotto cui la visibilità è perfetta, visto il risalto dei giocatori, attonita e compatta la folla, Ma piove, piano, con i fili dell’acqua che si vedono contro lo sbalzo della tettoia in tribuna, sebbene un sole verde e agro abbia per un attimo fatta trasparire la folla e  come scoperchiata tutta dai suoi ombrelli, grigia dal nero. Gli spettatori che da quattro ore guardano il campo vuoto mangiano provviste inesauribili, bevono a fiaschi spagliati, si contendono i venditori di fumo e di caramelle: e l’ordine di non ripararsi più, di tener chiusi i paracqua passa di spalto in spalto senza contradditori. Anche i poveri bambini stanno ubbidienti, intirizziti, accanto ai grandi, con un berrettino di carta sulla testa, cercando di ripararsi col cappotto stretto che tirano da ogni parte. Finirà col non piovere più: gli altoparlanti non cessano dal ripetere tra motivetti di disco nomi di pubblicità: ad ogni nome può corrispondere un colore. Sulla folla i leggeri cancelli verdi visti d’angolo lasciano un’aureola come quella degli arcobaleni. Verrà finalmente la luce ferma di questa partita del secolo ? Siamo agli ultimi venti minuti d’attesa: è già sul prato una popolosa banda, sui vedono enormi tamburi e il battistrada fermo per ora a innalzare, ad abbassare o a far roteare il suo scettro. Non piove più, i giardinieri sbucano dal sottopassaggio con vanghe e picconi, come rabdomanti bucano qua e là il campo cercando di allentarlo dolcemente. Poi il prato è pronto, tesissimo: la folla è tutta improvvisa come se non aspettasse da sei ore. Ecco Meazza, ecco Lawton, ecco Olivieri , ecco il lungo e quasi incredibile portiere inglese con la sua maglia gialla:  ci sono tutti , allineati, nomi e numeri, bianchi e azzurri, i migliori ventidue calciatori d’Europa.

Il pallone rosso di Golia. ( Alfonso Gatto )

 

ALFONSO GATTO (1909-1976)

Poeta e scrittore e giornalista . Autore di diversi libri di poesia ,  si affermò in diversi  concorsi letterari quali Savini (1939), St.Vincent (1950), Marzotto (1954) e Bagutta (1955). Nel 1936  subì una condanna  di sei mesi per dichiarato antifascismo .

La maledizione del portiere – storie di sport #6

Dino Zoff

E’ un ruolo diverso, quello del portiere. Disperatamente collegato all’ “occasione”.
Un attaccante, un centrocampista, persino un difensore, può entrare in azione quando vuole. Un portiere, no. Deve  aspettare l’ “occasione”. Che dipende sempre dalla volontà di qualcun altro. Il portiere reagisce, non agisce. Anche perché , quando arriva, l’ “occasione” porta con sé la dannazione del portiere : la perfezione. In nessun altro ruolo l’errore tecnico, anche minimo, può essere così determinante. E l’errore, dal punto di vista concettuale, è uno degli elementi più naturali e ineluttabili dello sport. Pensate, per fare un esempio che renda l’idea, a quanti errori commette un tennista sulle prime palle di servizio. Ecco. Però lui li considera una cosa normale, quasi una  necessità. Nessuno parla di papera, quando una  prima pallina finisce due metri al di là della linea. Invece a prezzo del ridicolo, un portiere durante una partita non può permettersi nemmeno un centesimo di quegli errori. Deve essere perfetto. E’obbligato ad esserlo. Anche perché, quando sbaglia lui, il conto lo pagano tutti. Quest’obbligo di perfezione, questa dannazione sportiva, crea una condizione mentale affascinante, assoluta. Serve una lucidità asettica, gelida. Difficilissima da mantenere durante gli infiniti tempi morti di una partita. In quei novanta minuti abbondanti  si creano e si disfano praterie di nulla, vastissime, pronte a riempirsi d’interferenze a ogni istante, con pensieri laterali, ricordi fuori luogo, considerazioni tecniche, preghiere, paure. Basta abbassare la guardia, smarrirsi in uno di quei pensieri, ed è fatta. Una partita di calcio per un portiere, è piena di decine di minuti lunghe come giorni, durante le quali non succede niente. E allora, magari, ti viene in mente di pensare a un errore impercettibile che hai compiuto qualche minuto prima e che non vedi l’ora di riscattare, o che potresti compiere di nuovo qualche minuto dopo. Tenere chiuso il cervello a tutto è l’unico modo per non sbagliare. Ma non è facile. Perché, fra l’altro, la pressione è anche interna. Voglio dire, non c’è solo quella creata dall’ “ambiente”, ma pure quella che lentamente monta dentro di te, la tua. Una marea interiore composta di tanti elementi e motivazioni, e moltiplicata dall’agonismo. Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa di una portiere durante una partita ? Non fatelo, sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è tutto e niente, lì dentro. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla. Una molla che però può scattare solo quando arriva l’ “occasione”. Per esprimere la propria vocazione di atleta, la propria rabbia agonistica, una attaccante può calciare con violenza, un’ala può volare lungo la fascia su e giù fino a sentire i polmoni esplodere, un centrocampista può rincorrere gli avversari in tutto il campo, un difensore può fare il più violento dei tackle. Il portiere no. Non può fare niente di tutto ciò, eppure è un atleta anche lui , e che atleta!
Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità astuzia, coraggio ; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari non servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato.

Dura solo un attimo, la gloria. ( Dino Zoff)

 

DINO ZOFF  (Mariano del Friuli, 1942)

Allenatore, Commissario Tecnico, dirigente sportivo, è stato il più grande portiere nella storia del calcio italiano, campione del Mondo 1982.  Il suo essere, nella  vita e  nel calcio,  è costantemente  contrassegnato da una grande  dignità, e rappresenta il filo conduttore di tutte le pagine del suo libro :  Dura solo un attimo, la gloria.

Dallo scudetto ad Auschswitz – storie di sport #5

Non lo sapeva nemmeno Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito”, ha scritto in “Novant’ anni di emozioni”.
E’ finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio ’44. Il 5 ottobre del ’42 erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni.
Questa è la risposta, documentata, di Matteo Marani, bolognese , laureato in Storia ( e questo spiega qualcosa). Gli ci sono voluti tre anni di ricerca, scrupolosa e insieme ossessiva, perché gli pareva di inseguire un fantasma. Ed ora questo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”(ed. Aliberti), preciso come una banca svizzera, dolente come una cicatrice. Ho idea che Marani abbia udito le voci nel vento, per dirla con Guccini, bolognese d’adozione. Forse lo ha spinto una coincidenza: abita a 300 metri da dove abitava Weisz. Certamente lo ha sorretto una volontà da detective della memoria. E’ così, dai registri di classe del ’38, ritrovati in una scantinato, è arrivato a conoscere uno degli amici del piccolo Weisz, un amico vero che per tutti questi anni aveva conservato lettere e cartoline che gli arrivavano dalla Francia, dall’Olanda, da dove i Weisz cercavano di sottrarsi ai cacciatori dopo che il Bologna aveva licenziato il suo tecnico in omaggio alle leggi razziali.

Arpad Weisz era stato un ottimo giocatore, ala sinistra. Nell’Olimpica ungherese del ’24 fa coppia con Hirzer, la Gazzella, che sarebbe stato il primo straniero alla corte degli Agnelli. Gioca nel Padova (poco), nell’ Inter, ma un infortunio serio lo porta sulla panchina nerazzurra come tecnico. E’ lui a lanciare in prima squadra Peppino Meazza, a 17 anni, lui ad allenarlo, individualmente, al muro, perché abbia la stessa padronanza dei due piedi,è lui a vincere lo scudetto del ’30, sempre lui a scrivere, a quattro mani col dirigente Aldo Molinari il manuale “Il giuoco del calcio”, con prefazione di Vittorio Pozzo che non era l’ultimo arrivato. Ancora lui a importare in Italia Il sistema di Chapman, a sperimentare i ritiri ( in località termali ), ad allenare in braghe corte , insieme ai giocatori, quando le foto di Carcano     (famoso quinquennio juventino ) lo mostrano in giacca e cravatta. Gli allenamenti si dirigevano, non si facevano. “Il mago” lo chiama “ Calcio Illustrato “. Col Bologna “ che tremare il mondo fa” vince due scudetti consecutivi. E’ il tempo di Schiavio, di Monzeglio che insegna il tennis ai figli di Mussolini, dell’uruguagio Sansone che sposa la cassiera del bar Centrale, di Fedullo, di Fiorini detto il Conte Spazzola che muore nel ’44 sotto una raffica dei partigiani, e ancora di Ceresoli, di Biavati che esegue il doppio passo e poi crossa al bacio per Puricelli detto testina d’oro. Al Littoriale , Weisz chiede un’equipe fissa di giardinieri per il prato, un laboratorio medico-dietetico. Nella finale del Trofeo dell’Esposizione, a Parigi, il Bologna batte 4-1 i maestri del Chelsea. Ma il cerchio intanto si stringe intorno a una famiglia felice. Il figlio non può iscriversi a scuola. Il padre non può allenare. Il Bologna lo licenzia a fine ottobre del ’38 , dopo un 2-0 alla Lazio. Al suo posto l’austriaco Felsner . La famiglia Weisz lascia Bologna in treno, direzione Parigi. La speranza è di trovare un lavoro. Tre mesi trascorsi in albergo indeboliscono le finanze e non danno risultati. Si punta sull’Olanda, Dordrecht. Città piccola, squadra semi-dilettantistica, ma con Weisz in panchina batterà più d’una volta il grande Feyenoord . Ma anche in Olanda, paese con un tasso altissimo di collaborazionismo, si stringe il cerchio.

Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. ( Matteo Marani)

MATTEO MARANI ( Bologna , 1970)
Giornalista, ha collaborato con testate quali Il Messaggero, Corriere dello Sport-Stadio , Il Sole 24 Ore. Dal 2008 al 2015 ha diretto il Guerin Sportivo. Da quest’anno è il nuovo Vicedirettore di SKY SPORT. Ha scritto “ Dallo scudetto ad Auschwitz” un libro bello e toccante sulla tragica vicenda di Arpad Weisz , allenatore ebreo.

Monzòn – storie di sport #4

Osvaldo Soriano
Monzòn lo paragonano a Gatica, a Bonavena, ad altri pugili morti prima del tempo, tra la miseria e la malavita. Ma lui, sul ring, è stato più di tutti loro. Sembrava il Golem della leggenda medievale: un fantoccio finito a metà che inseguiva la vittima fino all’estenuazione e alla distruzione. Si piantava al centro del ring, guardava come una belva e l’altro non poteva più scappare via correndo. E’ stato Monzòn e non il Firpo degli anni venti il vero Toro Selvaggio delle Pampas. Firpo era umano e alla fine lasciò una grande delusione per i tempi della radio a galena. El Mono Gatica vinceva e perdeva al’epoca di Peròn, intuiva da che parte stesse il potere e, prima o poi, finiva per sfidarlo. Ma Gatica e Bonavena avevano humour: erano tipi persi nelle nebbie del cabaret che buttavano via i soldi tutti i giorni e si beffavano della fama e della gloria. Monzòn era nato in una villa miseria, si fece strada in silenzio e non gli capitò mai di pensare agli altri. Poi si comprò una estancia, cominciò a rompere la faccia alle donne, una più bella dell’altra, e alla fine uccise Alicia Muniz. I giornali fecero dell’omicidio un dato minimo, un aneddoto in più nella vita del campione. Non era un buon soggetto, non era simpatico, e non sapeva neppure ridere di se stesso. E’stato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, forse soltanto un passo indietro rispetto al grande Nicolino Locche. Era uno stile diverso, Locche rideva e ballava, era un gatto domestico che si sveglia soltanto per mangiare e per giocare con gomitoli di lana. Monzòn era un’altra cosa, un misto tra un dobermann e un primate. Aveva una intelligenza quattro per quattro, sufficiente a calcolare tutto quello che poteva succedere su un ring. Era come un’affettatrice, un tritacarne, una grattugia, una centrifuga, qualcosa del genere. Fu con Fangio, l’argentino più famoso nel mondo. Come con Maradona, i giornali stranieri chiedevano pezzi con scandali, donne picchiate e donzelle arrese ai suoi piedi. Nessuno smise di ammirare il suo talento, quella specie di seduzione perversa che praticava con l’avversario prima e dopo di demolirlo. Nino Benvenuti, come alcune donne che gli sono sopravvissute, aveva soltanto elogi per lui. Tyson ha seguito il suo stile nel boxare e la sua strada nella vita. Ma il nordamericano si mette la cintura di sicurezza e lì le banchine della strade non sembrano tagliate con il coltello. Carlos Monzòn è morto. Un po’ più morto di prima. E per quanto sia stato un idolo, per quanto gli abitanti di Santa Fè gli abbiano decretato un commiato eccezionale, per quanto lo piangano il mondo della boxe e le riviste del cuore, non lo accompagnano nel lungo viaggio la simpatia degli dei né il calore delle stelle.

PIRATI, FANTASMI e DINOSAURI   (Osvaldo Soriano)

 

OSVALDO SORIANO ( 1943-1997)
Argentino, giornalista e scrittore . Nel 1976 dovette abbandonare l’Argentina della dittatura e visse in Europa , prima in Belgio poi a Parigi. Da militante democratico si è sempre espresso per la dignità del suo paese , sempre censurato dai militari al potere. Tornato a Baires a metà degli anni 80, i suoi libri riscossero molti apprezzamenti ( Triste, Solitario y final   il più conosciuto). Con Soriano i personaggi dello sport e della storia argentina diventano icone dello stato d’animo e rappresentano fedelmente le tante realtà del Paese.

Sogno e utopia – storie di sport #3

Gianni Mura

Una volta , parlando in un’occasione pubblica della relazione tra sport e sogno, un po’ per rifare il verso ad una famosa frase di Cartesio -“Penso,dunque sono” – , e un po’ per riunire in poco spazio l’elemento razionale e l’elemento sentimentale, mi è venuta fuori questa frase : Penso, dunque sogno”.
Per chi fa sport, il diritto al sogno è davvero fondamentale. Chi inizia da bambino a praticare sport, non importa quale, gioca per divertirsi ma ha anche il sogno di diventare uno dei più bravi: probabilmente non lo realizzerà, ma intanto ce l’ha. E’ il sogno di pensare ad un punto di arrivo che può essere anche molto lontano, e intanto faticare per arrivarci, limare il tuo personale di qualche decimo di secondo o battere sui 100 metri uno che ti ha sempre battuto. Questo è il senso dello sport: appena arrivi a un certo risultato ti rimetti in discussione e sposti l’asticella simbolica un po’ più in alto. E comunque, anche se non lotti contro una misura, lotti contro altre squadre. Quella squadra ha vinto tutto, quindi in teoria è la più forte: benissimo, però adesso ce la giochiamo alla pari. La prima volta che vinci da bambino o ragazzino hai una soddisfazione enorme. Io mi ricordo per esempio le partite a tennis, e le mie prime vittorie. Per me il sogno, insieme alla passione, è il vero carburante dello sport. Il pensiero è quello che ti permette di analizzare tutto e la passione è la ruota che muove il sogno: a mio parere sono due cose inseparabili, che diventano poi anche socialmente utili. Se oggi parli di sogni ti esponi molto a strani risolini o cenni del capo, come se uno non fosse proprio un cretino ma un illuso sì, o comunque uno che non ha capito bene in che mondo vive: “ Ma cosa sogni a fare? Perché non ti adegui ? La realtà è questa e non sarai tu a cambiarla”. Tutte queste frasi sono altrettante castrazioni o comunque dissuasioni dal provare a muoverti, a fare qualcosa e a uscire dall’inerzia. Il sogno non è necessariamente l’utopia, che è irrealizzabile. Il sogno lo puoi realizzare, lo puoi toccare: puoi farcela. E allora insisti, allenati, riprova, e poi quando ci riesci scopri che è bello.
TANTI AMORI (Gianni Mura)

Gianni Mura(Milano 1945). Da madre milanese maestra elementare e padre sardo, Maresciallo dei Carabinieri. Ha iniziato la sua carriera non ancora ventenne alla Gazzetta dello Sport, ha scritto sui maggiori quotidiani nazionali e pubblicato diversi libri. E’ un esperto di enogastronomia , tanto da curare , assieme alla moglie Paola, una rubrica sul Venerdi di Repubblica. Grande scrittore di sport ,oltre al calcio ed al ciclismo e al TOUR in particolare, ama e fa amare letteratura, canzoni d’autore, la poesia ed il teatro.. In antitesi ell’EPO, la droga più utilizzata dai ciclisti, ha coniato l’ acronimo EPU che racchiude l’essenza dello Sport: Etica, Passione ,Umanità.

Create a free website or blog at WordPress.com.

Up ↑